chi ritrova un amico

Luciano era più di un amico, da quasi 20 anni era la mia ombra. Ci eravamo conosciuti al primo anno delle superiori e, per 6 anni, siamo stati compagni di banco. Eravamo stati bocciati un anno, in terza, e bocciati insieme. Un cammino comune, anche nella cattiva sorte, ma soprattutto nelle cose liete, come nei rapporti con le ragazze. Non eravamo arrivati a scambiarcele, ma ci confidavamo tutto.
Quando a 20 anni ci fidanzammo seriamente, cominciammo ad uscire, in quattro. Ci trovammo bene, la fraterna amicizia si allargò anche alle nostre fidanzate. Ci sposammo, testimoni di nozze gli uni degli altri, a pochi mesi di distanza. I nostri figli nacquero con quattro mesi di differenza.
Dopo qualche anno, però, il mio matrimonio crollò, mi separai da mia moglie Stefania, dopo aver scoperto che, alle mie spalle, coltivava più di una relazione adulterina, e la cosa determinò anche una interruzione dei nostri rapporti.
Ormai da diversi anni ci vedevamo di rado con Luciano. A 38 anni vivevamo vite diverse, lui quella regolare dello sposato, con moglie e tre figli; io quella trasandata, un po’ bohémien, del single che si trastullava alternando ragazzine e signore mature, ma che non disdegnava ogni tanto qualche bel ragazzone palestrato. Insomma, mentre Luciano conduceva la vita ordinata e gratificata di un uomo normale, io ero diventato col tempo un bisex molto scombinato, sempre insoddisfatto, che quasi non faceva più distinzione tra l’inculare una donna ed essere inculato da un maschio.
Una sera a sorpresa, mentre mi impigrivo sul divano a guardare la tv, mi sentii chiamato al telefono da Luciano. Gridava, non riuscivo nemmeno a capire cosa dicesse. Cercai di calmarlo, visto che era sconvolto gli dissi di venire a casa mia. Dopo mezzora era lì. Era trasfigurato, in disordine, barba lunga, gli occhi rossi.
‘Quella stronza! Quella troia! …..’, fu la prima cosa che mi disse.
Lo feci sedere, gli portai un caffè, erano quasi le 23.
‘Dai dimmi, cos’è successo?’
Mi sedetti sul divano vicino a lui.
‘Franco, è successa la cosa che mi dovevo aspettare: l’ho trovata a letto con un altro.’
Rimasi stupito, non mi sarei aspettato che, dopo tanti anni, gli sarebbe capitato la mia stessa sorte e che sua moglie Lisa l’avrebbe cornificarlo. Mi erano sempre sembrati una coppia da Mulino Bianco.
‘Ma chi ? Lisa ?’, chiesi.
‘Certo, la mia carissima mogliettina, sul nostro letto a farsi
chiavare da un ragazzotto, un capellone zozzo!’
‘Ma ….’, non sapevo cosa dire, ‘….. e te che hai fatto?’
‘Che ho fatto ? Lo vuoi proprio sapere? …. Sono rimasto paralizzato, ma poi sono rimasto lì a guardare, da dietro la porta …. e ti debbo confessare mi sono anche eccitato… capisci? Eccitato a vedere mia moglie chiavata in fica e in culo da un mezzo delinquente. Ero stupito, quasi annichilito …. e anche ora sono eccitato a quel pensiero, guarda!’
Con la testa accennò al suo ventre. Lo si vedeva, cazzo, i pantaloni erano tesi, gonfi.
‘Lo vedi? – disse – mi scoppia nei pantaloni’.
‘Dai Luciano, non so se sia normale, ma non credo sia questo il problema più grave. Avere il cazzo duro così – e gli poggiai la mano sulla patta – non credo sia un problema’
Avevo passato la mia mano sul suo pacco fuggevolmente, ma attraverso la stoffa mi sembrava di sentire il calore di quel cazzo, e quello stesso calore mi stava esplodendo nel cervello.
‘Puttana, è una puttana …. e io un pervertito, capisci?’, disse quasi urlando.
Non so cosa mi spinse a farlo, ma sentii di confortarlo con quel gesto. Gli ripassai la mano sulla patta rigonfia e la tenni lì per qualche secondo in più. Avevo visto Luciano qualche volta in costume, senza molta attenzione sia chiaro, ma non avrei certo immaginato quello che ora avevo sotto la mano. Sentivo un membro duro, largo e lungo. Un maschio dalla dotazione davvero invidiabile!
Lui sospirò e mi guardò ad occhi semichiusi. Non fece nulla per farmi smettere, anzi mi sembrò che avvertisse un senso di sollievo e mi incoraggiasi a continuare. Gli dissi di rilassarsi e gli sbottonai la cintura. Ora vedevo chiaramente gli slip di cotone bianco, quasi trasparenti all’altezza della cappella per gli umori che stava producendo sotto la mia carezza.
Lo guardai negli occhi, li aveva chiusi, ma la sua era un’espressione di abbandono. Abbassai l’elastico, rimasi impressionato. Di arnesi maschili ne avevo conosciuti diversi negli ultimi tempi. Il suo uccello mi colpì non solo per la sua grossezza, ma anche per la sua bellezza: regolare, pieno di vene, scuro, scultoreo. Emanava un odore intenso, l’odore che ogni maschio conosce bene, quello della sborra.
Non volevo parlare, non volevo interrompere lo stato di trance del mio amico. Ma fu Luciano che, senza dir nulla, con gli occhi socchiusi, mi afferrò la testa spingendola verso la sua mazza. La mia indecisione durò pochi istanti, ma volli fare un po’ di resistenza. La sua mano si fece più pesante. Un po’ mi stupiva questa sua determinazione. Lo voleva. Mica sapeva delle mie frequentazioni omosex?, mi chiesi.
L’ultima volta che l’avevo fatto risaliva a due settimane prima, quando mi ero deliziato la bocca con il membro svettante di un bel ragazzo di 30 anni, prima di riceverlo ben lubrificato nello sfintere. Alla pressione insistita di Luciano, mi chinai verso il suo pube, poggiai le labbra sulla sua fava. Il suo afrore mi inebriò subito. Le mie labbra si socchiusero e percorsero ogni millimetro della sua asta. Sentivo ogni sua vena pulsare, il sangue correva a riempire quello splendido uccello. Lo percorsi più volte con le labbra e la lingua, dalle palle alla cappella. Lui mi teneva ferma la testa fra i suoi coglioni. Li leccai, li succhiai con gusto, li feci entrare entrambi nella mia bocca.
Mentre gli facevo il pompino, senza dire nulla Luciano si tolse la camicia e la maglietta. Comparve il suo petto, coperto di peli neri. Solo i capezzoli spuntavano da quella foresta, rosei. Con la mia lingua segnai un sentiero di saliva dalla cappella all’ombelico, poi il petto, il collo, l’orecchio, per poi scendere ancora, raggiungere un capezzolo. Lo leccavo, lo succhiavo, lo mordevo, mentre con una mano scappellavo piano il suo cazzo.
Lo sentivo respirare forte, spesso trasalire quando il suo prepuzio veniva spinto in basso scoprendo la sua lucida cappella, o quando mordevo con maggiore intensità il suo capezzolo. Con una mano mi strappò quasi di dosso la maglietta. Con due dita mi strinse un capezzolo, facendomi quasi urlare. Poi lo sentii lavorare sulla mia cintura, e poi sulla lampo.
Appena i miei pantaloni furono slacciati la sua mano si infilò sotto gli slip e rapidamente si diresse verso il mio culo.
‘Ohhhhh!!!… ‘, sospirò.
Io continuavo a pomparlo. Muovendo il culo e le gambe feci scivolare giù i miei pantaloni. Lavorando coi piedi riuscii a togliermi le scarpe. Ero nudo anch’io.
Luciano aprì gli occhi. Lo vidi rimirarmi la schiena, i fianchi e il culo. Risollevai per un attimo la testa, lui me la respinse giù, a proseguire il mio lavoro.
‘Franco ….. ‘, sussurrò, ‘…. continua…. sei una troia!’.
Ero interamente preso da lui e desideroso di lasciarmi prendere da quel corpo, dal quel cazzo. Ora mi teneva la testa e muoveva il pube verso la mia bocca come a chiavarmi. La sua mazza arrivava all’ingresso della gola.
Respiravo forte col naso, trattenendo i conati. Le sue dita stavano ora sfiorando il mio sfintere, come a saggiarne la resistenza. Le sentivo girarci attorno, spingere al centro. Lo vidi bagnarsi il dito con la saliva e poi tornare al mio culo. Il contatto mi fece trasalire.
Non si fermò alla superficie ed il suo dito entrò con prepotenza dentro di me. Lanciai un urletto. Lo guardai. Ma lui lesse bene che c’era dolore nei miei occhi, ma solo libidine, e spinse ancora di più.
Poggiai le mie labbra sulle sue, le dischiusi. La sua lingua fu dentro di me a suggere la mia, ad inondarmi della sua saliva.
Avevo in mano il suo cazzo, reso fradicio dalla mia bocca.
Prese la mia testa fra le sue mani. Mi guardò negli occhi e disse:
‘Franco, voglio il tuo culo!’.

Gli sorrisi senza dir nulla. Poi, docilmente, scesi dal divano e mi inginocchiai sul tappeto, la testa bassa. Il suo desiderio era il mio, volevo ardentemente che lui mi prendesse, lo sentivo come il compimento della nostra storia comune.
Lui si inginocchiò dietro di me, il suo viso affondò fra le mie natiche, la sua lingua iniziò a lavorarmi il buco, con forza, quasi con voracità. La sentivo percorrermi il solco, fermarsi sullo sfintere e cercare di entrare, insistere. Sentii la punta della lingua entrare ed il mio buco arrendersi, rilassarsi, dilatarsi.
Lo sentii ridere. Di nuovo la lingua nel mio culo, ormai padrona. Poi una pausa. Ed ecco, qualcosa di grosso e duro puntò al mio ano, vi si strusciò sopra, percorse lo spacco. E di nuovo puntato, poi un colpo, uno strappo lancinante, un lampo nel cervello.
Un altro colpo, come un ferro rovente che mi perforava. E, infine, un grido che non riuscii a trattenere.
Non ero vergine di dietro, ma cercai istintivamente di sfuggire a quell’assalto devastante, e mi stesi a terra. Ma lui mi seguì restando piantato in me. Sentii tutto il suo peso, i peli del suo petto sulla mia schiena, iniziai a percepire la sua mazza dentro di me, i suoi coglioni schiacciati contro il mio culo.
Non era per me la prima volta, ma quelle sensazioni non le avevo mai sentite. Ma Luciano non era soddisfatto. Mi allargò le natiche e spinse dentro gli ultimi centimetri del suo cazzo. Per me fu come una diga che si apre. Il cazzo mi scoppiò violentemente, sentii la mia sborra schizzare sotto il mio ventre, sul tappeto. Le contrazione del mio ano gli strinse l’uccello. Si adagiò completamente su di me. Iniziò a leccarmi il collo, a morderlo. E a muoversi piano, sfilandosi di pochi centimetri e poi tornando ad entrare. Ad ogni andirivieni era un dardo infuocato che mi dilaniava. Una sensazione indefinibile, un senso di dolore che si attenuava progressivamente trasformandosi in piacere.
Poi, improvvisamente, fu solo piacere. Fu sentire il mio uccello che tornava duro. E lui lo sentì. E mi montò. Sfilava quasi del tutto il suo spadone per poi sprofondarlo fino all’elsa nel mio abisso. Senza uscire da me mi fece mettere a pecorina. Lui in piedi. E giù colpi, mi inculava. Poi piegato su di me, usciva del tutto e poi rientrava con un sospiro di goduria.
Ma anche io godevo, ormai ne ero cosciente. Mi graffiava la schiena e mi scopava. Si udiva un rumore acquoso e i nostri respiri pesanti. Si piantò a fondo, spingendo forte. Lo sentii gonfiare, fermarsi. Sentii ogni singolo schizzo, ogni singola goccia della sua sborra riempire il mio intestino. Mi fece mettere di fianco e lui ancora dentro, pelle contro pelle. Ancora qualche colpo, poi il silenzio.
Senza una parola uscì da me. La sensazione di vuoto fu tangibile. Sentii il suo sperma sgorgare da dentro di me. Giacevo sfinito, lui accennò a rialzarsi, mi porse la mano, mi aiutò ad alzarmi. Tenendomi sotto le ascelle mi portò in bagno ed aprì la doccia.
Vedevo me e lui riflessi nello specchio. I nostri corpi attaccati, i nostri visi accaldati. Ci accarezzammo quasi commossi, le nostre strade d’un tratto erano tornate ad incrociarsi, e stavolta molto più intimamente che in passato.
Vedevo Luciano finalmente rinfrancato, a me l’attrazione di quel corpo mi faceva fremere di un desiderio morboso mai prima sentito. Mentre l’acqua della doccia scorreva sui nostri corpi, continuavamo a palparci con rinnovata voglia, i nostri cazzi si stavano già ridestano incrociandosi come le spade di due duellanti. Guardando verso il basso lui sorrise e osservò:
‘Guarda, non sono sazi, hanno ancora voglia di giocare …. Ma stavolta invertiamo le parti …’
Al solo accenno il mio cazzo si impennò come non mai, il cervello cominciò a ticchettarmi all’impazzata. Ci guardammo con gli occhi iniettati di lussuria. Senza dir nulla Luciano si inginocchiò nel box doccia, impugnò la mia asta vibrante e la catturò vorace nella sua bocca vorace. Istantaneamente cominciai a muovere il bacino scopandolo in bocca, mentre lui mi teneva stretto a sé dalle natiche.
Anche quella non era per me la prima volta, ma sino ad allora i pompini me li avevano fatto puttanelle o frocetti di occasione. Era sempre stata un’esperienza troiesca, nulla di comparabile con la portata emozionante del lavoro delizioso che mi stava facendo Luciano, sotto lo scroscio della doccia.
Era per lui la prima volta?, mi chiesi dubbioso, considerata l’insospettata perizia che stava manifestando. Ma non glielo domandai, ero letteralmente travolto dalla lussuria, tanto che sentii che non sarei durato a lungo. Perciò, allontanai la sua testa con la mano e gli dissi concitato:
‘Luciano, dai, girati e piegati ….. voglio il tuo culo!”
Lui mi guardò dal basso un po’ deluso, bofonchiando:
‘Sì, Franco, ma c’è tempo …. ora fammi bere la tua sborra!’
‘No, no, ti prego’, risposi risolutamente, ‘non resisto, voglio incularti!’
Vista la mia decisione, Luciano si girò su se stesso e si mise a novanta gradi, aprendo la porta del box doccia e appoggiando le braccia sul bordo della vasca da bagno. Gli aprii le chiappe con le mani e puntai subito il glande verso l’ano.
Mi sembrò molto stretto, infilai un dito e feci scorrere nell’ano un po’ di bagnoschiuma. Luciano cominciò a gemere, mi disse che era la prima volta, ma che lo voleva. Gli assestai una bella manata su una chiappa e gli dissi:
‘Rilassati, non temere, farò piano….”
La penetrazione fu faticosa per me, sicuramente dolorosa per lui, anche se l’acqua scrosciante e il sapone del bagnoschiuma furono provvidenziali. Un piacere indescrivibile, inarrivabile, mi percorreva tutto il corpo, fino al cervello, mentre il mio cazzo avanzava squarciandogli le pareti dello sfintere. L’idea che mi stava donando la sua verginità mi faceva impazzire.
Pompavo il suo culo ad un ritmo regolare, cercando una sincronia con il movimento del suo bacino. Ma strada facendo, travolto dalla incredibile foja, mi è venuta meno ogni premura di delicatezza ed ho cominciato a pistonarlo con forza, incurante dei suoi lamenti. Infine gliel’ho schiantato dentro sino in fondo, con i coglioni schiacciati proprio vicino all’imboccatura. Uno, due colpi finali e gli ho riversato nel canale tutta la sborra residua dei coglioni, con un urlo liberatorio:
‘Sìììììì ….. sìììììì ….. aaahhhh ….. che culo che hai, Luciano!”
Il mio grido si è sovrapposto al suo, ancora più lacerante, e la mia sborrata è praticamente coincisa con la sua. Preso dall’inculata non mi ero reso conto che, ancorchè piegato, Luciano si era tirato un segone e, al momento dell’urlo finale, aveva schizzato potentemente in parte tra i suoi piedi sul piatto doccia, in parte sulle pareti di vetro del box doccia, in parte ancora sul pavimento del bagno attraverso la porticina del box aperta.
Ho tirato il cazzo fuori dal suo culo e l’ho adagiato nel solco delle sue natiche, facendo colare gli ultimi filamenti di sborra tra le sue gambe. La sborra versata da entrambi, l’acqua tiepida, il vapore acqueo e il bagnoschiuma avevano trasformato il box doccia in un abitacolo inebriante di odori, dei nostri odori, e li ho respirati a pieni polmoni.
Quando Luciano si è risollevato l’ho abbracciato da dietro le spalle, aderendo col mio corpo al suo, e gli ho leccato morbosamente il collo. Lui, senza girarsi, anzi facendo indietreggiare le sue natiche verso il mio cazzo penzolante, mi ha detto:
‘Franco, fammi restare qui stanotte… da quella troia non torno!”
Gli ho subito risposto continuando ad abbracciarlo e sbaciucchiarlo da dietro e afferrandolo dai fianchi per fargli sentire tra le chiappe il mio cazzo, ancorchè smosciato:
‘Stavo per dirtelo io …. Qui puoi restare finchè vorrai …”
Ero sincero, avevo ritrovato un amico verso il quale sentivo in quel momento un misto di attrazione, di tenerezza e di solidarietà.
‘Grazie, Franco. E’ proprio vero che un vero amico non ti tradisce mai, altro che le puttane delle donne!…’