le nostre lingue sono anguille elettriche

Il problema, si mette ad argomentare la Isabella, è che non c’è un cazzo di uomo in grado di leccarla come si dovrebbe. Ripenso a Demetrio, giusto l’ultima della lista. Annuisco. Hai ragione amica mia. Mi chiede si mi va. Ok, basta che dopo ci diamo il cambio. Non lo facciamo da un po’ . Ne ho voglia. Manco lo dico che già si è tirata giù la sua fottuta minigonna oscena e le mutandine, così all’impiedi. Le do una spinta e la sbraco sul letto. Lei ride. Le dico di tirarsi indietro altrimenti sul talamo non ho spazio. Mi da retta. Le conviene. Le allargo le cosciotte. Mi stendo e comincio ad improfumarmi la lingua dei suoi caldi umori. Dopo due minuti butta fuori piacere come una Fontana di Trevi. So quello che vuole. Siamo donne, come la conosciamo noi la fica nessuno mai. La mia lingua è un elica. Ogni tanto muto il senso di rotazione. Poi affondo dentro con tutta la bocca e succhio, succhio manco fossi una lesbica vera. Isabella se la gode, allegra e contenta come la principessa di una favola con l’happy end. Quando arrivano al castello, di certo il principe azzurro a Biancaneve le fa la festa. Le piacerà? Non credo. È abituata ai nani, quella strappona. Si sa quel che si dice intorno ai nani.
Non mi va che sopra indossi ancora la camicetta . Gliela strappo di forza, senza tirare su la testa dalla tana. I bottoni schizzano via. Cazzo era firmata, si lamenta godendo. Si lamenta non troppo, a dire il vero. Poi inarca la schiena e si toglie quel cazzo di reggiseno. Così mi piace, la mia amichetta. Mi gingillo col suo clitoride restio alle lingue maschili. Bevo una cascata di piacere. Ci vorrebbe un cazzo adesso, mormora estasiata. Non mi può riuscire di accontentarla in tal senso. Riemergo e le infilo dentro quattro dita. Una alla volta. Ride. L’ha larga. Certe capacità di espansione la mia topina se la sogna. Con la mano stantuffo e intanto mi sdraio sulla Isabella nuda oscena e le mordo i capezzoli. Come una cagna affamata. Tutta vestita come sono sento le mie mutandine che mi si appiccicano addosso. Si lamenta che la zip dei jeans le fa male. Mi tiro in piedi e mi levo tutto quello che indosso, comprese le conversoll all star e i calzini. Poi con un balzo mi metto a sessantanove, vediamo amica bella se sei brava quanto me, con una fica. La sfida non regge. Non è brava. È la regina delle leccatrici. Ricordavo bene. Cerco di tenere la botta ma la sua lingua deve saperla più lunga della mia, se nel giro di tre minuti me ne vengo, e me ne vengo e me ne vengo che urlo e non ne posso più e le stringo le mie gambe sul collo che c’è il rischio di lasciarsela secca, l’Isabella.
Ride. Non è la prima volta che facciamo una cosa del genere ma stasera non so perché ci è venuta un’opera con tutti i cristi. Però l’Isabella l’ha davvero indomabile e mi implora di rimediargli un cazzo subito. Qualcuno di mia conoscenza, che lei quelli che ha disponibili lo sa che non riescono a farla smorgattare a dovere, è un periodo. La faccenda insomma si fa seria. La mia amica vuole un cazzo subito e io o la caccio via da casa mia, della seria Isa dormici su oppure vallo a rimediartelo da sola e altrove, oppure bisogna che glielo trovi subito altrimenti matta com’è si mette a urlare e finisce di svegliare tutto il vicinato. Tiene il demonio dentro. Nuda secca incarognita mi tiro in piedi e vado in cucina a cercare il cellulare, ovviamente disperso nella mia borsa di sigarette e accendini e assorbenti che non si sa mai quando torna, il maledetto. Fortunatamente stasera m’ha lasciato in pace, comunque. La Isabella è così vogliosa che di certo non vuole fare conversazione. Gli basta un maschio col buon fiato. Cerco il numero di Demetrio. Sono le due del mattino. Forse dorme. E’ acceso . Risponde al quinto squillo. Oh ciao, e ci diciamo le solite cose che si dicono al telefono alle due del mattino, tipo scusa l’ora, non ti preoccupare. Non si preoccupa anzi è contento, che percepisce già l’odor di sorca. Senti qui c’è una mia amica che vuole scopare per bene, mi sei venuto in mente te. Mi pare perplesso. Credeva di sentire l’odore della mia fica e invece ecco la sorpresa. Ma alla fine che cambia? Non aggiungo che all’Isabella le ho leccato la fica fino a un attimo fa, altrimenti capace che riattacca e pensa che sono ubriaca o matta. Gli spiego per sommi capi la situazione e lui mi dice che si può fare, che una cosa di questo genere non gli è mai capitata e la vita è una. Isabella mi passa davanti, apre il frigorifero, tira fuori un cartone di succo d’arancia e tira giù una sorsata, nuda e grassa e felice. Io riattacco e le dico che sta per arrivare, che metto le chiavi sulla porta, quando suona apri il portone di sotto , vado a farmi un bagno. Isabella mi risponde che se io fossi un maschio adesso mi bacerebbe d’amore. Le prendo la nuca e la tiro a me. Le nostre lingue sono anguille elettriche.
Filo al gabinetto. Metto il tappo nella vasca e mi ci getto dentro.
Chiudo i pensieri.
Dopo venti minuti il citofono suona il suono cacofonico. Sento i passi nudi grevi dell’Isabella sul pavimento, di là. E dopo un minuto Demetrio che entra dentro e chiede permesso perplesso e lei che intanto si è già rispaparanzata sul letto gli risponde “vieni in camera bello”. Non so se essere più gelosa di lui o di lei, adesso. Devo decidere se unirmi al banchetto.
Sento di là lui stupido che facendo capolino in camera non sa bene cosa dire e borbotta qualcosa di infinitamente fuori luogo. La Isabella è una che ti inibisce, siamo d’accordo tutti quanti. Ma fanculo non lo capisci che non serve dire niente in certi casi? Penso che stasera questo non è il mio gioco. Chiudo gli occhi, mentre di là finalmente cominciano a conoscersi rumoreggiando. Scivolo verso il fondo. Voglio dormire. Qui nell’acqua bollente. Ma non fa in tempo Morfeo a rapirmi che di là mia inizia la pariglia. Un casino, un maracanà, con l’Isabella che urla indemoniata incazzata che lei di uno come lui non sa che farsene, che se hai bevuto o non ti piaccio potevi dirmelo subito, vaffanculo. Emergo nuda dall’acqua come un coccodrillo furioso. Irrompo in camera, la mia camera, imbizzarrita come un toro durante l’encierro. Sveglierà tutto il palazzo, l’Isabella. Le ho trovato il manzo per non accontentare le sue voglie ed ecco il risultato. Demetrio è in piedi paralizzato, col cazzo mezzo moscio e l’espressione dispiaciuta. Come un bambino scoperto dalla maestra a scopiazzare il compito di matematica.
La situazione mi è chiara parecchio. A questo figlio di puttana, urla l’Isabella, non gli si arma. Strilla come un’ossessa e io penso che il palazzo già s’è dovuto sopportare il mio fragoroso orgasmo ormai un’oretta fa. Mi tocca fermarla prima che la vecchiaccia di sopra inizi a battere con la scopa. Manco faccio in tempo a pensarlo. Pum pum pum. Ha cominciato. Le abbiamo rotto il sonno, interrotto il sogno. Avrà di che dire domani, giù in cortile. Che sono una troia, che organizzo orge, che casa mia è un bordello e che, dio mio, c’è da prendere provvedimenti, da chiamare l’amministratore e se continua, la prossima volta, anche la polizia.
“Isabella porcoddio smetti di strillare!”
Per lei la questione è davvero da finirci dritti in manicomio. C’è in gioco tutta la sua femminilità, stasera.
“Non ti piaccio brutto figlio di puttana?! Non ti arrapo?! Cosa mi manca?? Dimmi che cazzo mi manca?! Dimmi che cazzo mi manca…”
“Demetrio vaffanculo rivestiti e sparisci di qui”, urlo a lui, mentre quella continua a sproloquiare e ormai è isterica in piedi sul letto a toccarsi tutta la mercanzia, che proprio non se ne capacità di quel la fava sfatta. E a dirla tutta manco io. Demetrio con me ha sempre tenuto magnificamente botta. Lui comincia a raccattare i vestiti sul pavimento, si ritira su la mutande, mentre lei ritrova altri cristi e una venticinquina di madonne e comincia a piangere disperata manco le fosse morto qualche amico stretto. Balzo sul letto ancora fradicia d’acqua e sapone e la sdraio tra le lenzuola. Si divincola. Lottiamo. Lei urla e le tappo la bocca. Stai buona cazzo. Stai serena. Non è successo niente. È solo un fottuto maschio. Il mondo fuori è pieno di maschi che ti scoperanno da qui ai prossimi cento anni. Piange. È andata fuori di brocca. Demetrio dice che allora lui andrebbe. Vaffanculo Demetrio, penso.
“ok…poi ci sentiamo”, gli dico.
“mi dispiace”
“vaffanculo Demetrio me lo potevi dire che non te la sentivi!”
“ma io…”
“ma io un cazzo…le avevo detto che eri una gran scopata e guarda che hai combinato. Vattene, vattene affanculo”.
Fila via senza fiatare. Mi volto appena un attimo per vederlo uscire dalla stanza con la schiena curva e le scarpe in mano. Poi rinfilo i miei occhi in quelli fradici dell’Isabella. Non riesce a smettere di piangere. Però non si agita più. Le bacio la fronte e le guance. Mi sorride. Smonto da sopra di lei, la faccio mettere su un fianco e l’abbraccio da dietro. Dopo un po’ ride. Dice che la mia ficaccia le raspica sul culo. Ci addormentiamo che l’alba nasce.