le terme

L. l’avevo conosciuto per lavoro. Faceva l’avvocato, aveva difeso mio fratello in un processo.
Io ero stata chiamata a testimoniare, dopo l’udienza mi aveva invitato a prendere un caffè in Piazza Galimberti, nel bar più bello di Cuneo. Dopo venti minuti di conversazione aveva poggiato la sua mano sulla mia, mezz’ora dopo eravamo nel suo alloggio a scopare, la sua sborra che mi colava dal buco del culo.
È andata avanti così per un paio di mesi, poi ci siamo allontanati.
Lui è molto più giovane di me, avrà trenta-trentacinque anni.
Poprio per questo mi aveva stupito risentirlo a distanza di un annetto circa:
“Che ne dici di fare un weekend in Valle d’Aosta insieme, alle terme?”
Non sono orgogliosa, non me ne importa nulla se un uomo scompare dalla mia virta di punto in bianco… Ho sempre avuto qualche riserva, e poi non mi affeziono mai più di tanto agli uomini..
“Ok” – ho subito risposto – “Organizzi tutto tu?”.
“Certo, prenoto anche l’albergo per la notte di sabato, ok? Tu portati solo l’essenziale”.
Sabato mattina era passato a prendermi sotto casa, con la sua macchina sportiva.
Mi aveva aiutato a caricare nel bagagliaio il trolley e mi aveva aperto la porta, facendomi accomodare.
Una volta in macchina, si era avvicinato a me, mi aveva rivolto uno dei suoi complimenti e mi aveva baciata come se fosse la cosa più normale al mondo, poi aveva messo in moto.
Devo dirlo: alcuni uomini ci sanno proprio fare. Non è una questione di fascino o di estetica. Er me tutto sta in un sorriso, nell’ atteggiamento sicuro di sé che solo alcuni uomini sanno avere.
Dopo quel bacio mi sentitti subito a mio agio.
Il viaggio procedette benissimo sin da subito.
Parlammo di me, della mia azienda, di mio fratello. Mi parlò di lui e del suo lavoro. Non facemmo mai cenno ai nostri trascorsi, ma non per pudore. Era una conversazione tra persone che sono intime di per sé, non c’era bisogno di dire nulla: entrambi ci ricordavamo tutto quanto.
Alle dieci eravamo alle terme.
Solita trafila: badge, accappatoio, ciabatte, e poi tutti e due nei nostri rispettivi spogliatoi.
Per l’occasione mie ero depilata integralmente, ricordavo che a lui piaceva così, anche se mi accorsi che forse la moda negli utlimi tempi era cambiata, a vedere dalle cosette pelose di molte ragazze che si cambiavano di fianco a me.
Dopo una decina di minuti uscci nel corridoio.
Lui era già lì ad aspettarmi, ma non era solo: stava discorrendo con un ragazzo di circa vent’anni.
“Ah, eccoti” – mi sorrise
E rivolgendosi al ragazzo: – “Ora devo scappare, ci si vede in giro, ok?”
Il ragazzo mi sorrise, poi si voltò e tornò negli spogliatoi. Era delizioso: magro, pallidino, con capelli castani chiaro spettinati, ma con uno sguardo intelligene e metallico.
“Chi è?” – chiesi
“Non so… Eravamo vicini nello spogliatoio… Simpatico, comunque”
Nel suo sguardo balenava un misto di confusione e di ironia: – “Carino, non trovi?”
“Uhm.. non male” – risposi sorridendo, e prendendolo a braccetto.
***
La mattinata passò nel massimo relax, tra saune, piscine all’aperto e all’interno.
L. era come sempre, anzi: forse ancor meglio di come me lo ricordavo. Niente affatto muscoloso, ma in perfetta forma, con la sua eleganza nei movimenti e nei gesti.
Spesso, camminando lungo i corridoi, mi cingeva il fianco con un braccio, e nelle saune mi detergeva il sudore con il suo asciugamano.
Un signore, insomma.
Un signore a cazzo duro, però.
Glielo sfiorai per caso durante la prima immersione in acqua, glielo presi in mano nella prima vasca idromassaggio per coppie. Era come me lo ricordavo, carnoso, ricolmo di vene sporgenti. La cappella rotonda e dura.
Era divertente giocare con lui. Mi piace vivere il sesso in questo modo, senza pose sensuali sforzate, ma con allegria.
Dal canto suo lui non perse troppo tempo ad infilarmi una mano nelle mutande già nella prima vasca, mentre nella sauna al profumo di lavanda, dove ci ritrovammo soli soletti, ebbe modo di sfilarmi le mutandine e penetrarmi con le sue lunghe dita affusolate.
Dita lisce, ben curate, di chi non ha mai svolto lavori manuali.
Il sudore sulla mia pelle, misto alla sua abbondante saliva, gli permise di entrare agevolmente nel mio buco del culo, prima con una, poi con due dita:
“Hey, vacci piano!” – sbottai quando sentii spingere la terza falange
“Cos’è?” – rispose lui, ora sfrontato, come me lo ricordavo “Hai paura di cagarti addosso?”
E così dicendo spinse anche il terzo dito nelle mie calde budella.
“Che porco che sei!”
Ma poco dopo sentimmo dei passi avvicinarsi alla porta e dovemmo ricomporci.
Una coppia di donne di mezza età (in realtà, di solo un decennio o poco più, più vecchie di me…) entrarono infatti con la loro aria spavalda ed antipatica, chiocciando come galline e desiderose di infastidire qualsiasi coppia potesse sembrar loro felice.
Ci bastò un’occhiata per capire che i giochi dovevano essere sospesi.
Prendemmo i nostri accappatoi e scendemmo al piano inferiore, dove, vista l’ora, era stato preparato un pranzetto dietetico, ma di tutto rispetto.
Tutta la sala era colma di gente in bianco vestita, che non sapeva dove poggiare il sedere, essendo tutti i tavoli già occupati.
Eravamo ormai decisi a tornare più tardi, quando da un tavolino vicino alle finestre il ragazzo della mattina ci fece segno di avvicinarci:
“Prego, se per voi non è un problema, sedetevi pure con me… sono solo ed occupo quattro posti”
Dopo i convenevoli di rito ci sedemmo al tavolino.
Il ragazzo, di nome Kevin, ci raccontò che la sua famiglia era dovuta andare via prima di pranzo, avendo avuto sua sorella un calo di pressione. Ora era da solo, e pensava di andarsene nel primo pomeriggio.
Notai il suo atteggiamento, il suo portamento. Aveva un’aria quasi regale, un modo di gesticolare dotato di estrema eleganza, unita ad un pizzico di timidezza. In compenso il suo era uno sguardo indagatore, lo sguardo di chi non smette mai di pensare e di riflettere su ciò che vede e sente.
“Posso prendervi qualcosa da mangiare?” – mi offrii, alzandomi – “Avete delle preferenze?”
“Per me solo yogurt e muesli, grazie” – rispose Kevin
“Per me un po di tutto, fai tu” – fece eco L.
Mi recai pertanto al bancone, dove presi de ciotole per me ed il ragazzo, colme di yogurt alla vaniglia e cereali. Per L. Presi invece tutto ciò che le mie mani potevano prendere: uova, formaggio, affettati, e poi un cestino di frutta assortita.
Tornando al tavolo, mi stupii a vedere L. con la sua mano appoggiata sulla gamba del ragazzo, mentre al suo orecchio stava dicendo qualcosa sottovoce. Il ragazzo sorrise timidamente.
“Eccomi qua” – feci io, poggiando il cibo sul tavolino. L. si allontanò dal ragazzo e mi guardò sorridendo.
Distribuii
Distribuii il cibo e mi misi a mangiare il mio yogurt.
Faceva caldo, per cui eravamo tutti in costume, senza accappatoio.
Il pallore glabro del torace di Kevin lo faceva assomigliare ad una stupenda statua di marmo, ma faceva uno strano contrasto col corpo di L., abbronzato e curato.
Discutevano di lavoro. Il ragazzo studiava giurisprudenza e L. gli dava alcuni consigli su come affrontare determinati esami.
Ad un tratto, facendo cadere la domanda dal nulla, Kevin ci chiese se fossimo sposati.
“No, siamo solo amici” – rispose L.
“Ah..” – rispose il ragazzo – “Avevo pensato… Questa mattina mi era sembrato di vedervi nella vasca esterna… Devo essermi confuso” – sembrava in imbarazzo, o forse no, forse faceva finta di esserlo, per nascondere la curiosità…
L. scoppiò a ridere: “No no, probabilmente eravamo noi.. Diciamo che siamo amici… particolari, non è vero, Marta?”
“Si..” – mi schermii io – “A volte, forse, siamo un po troppo calorosi…”
Ridemmo tutti quanti.
“Dici che abbiamo esagerato?” – chiesi al ragazzo
“No, no, tranquilli, ho visto di peggio… O di meglio, a seconda dei gusti – ci sorrise
Inavvertitamente, la tazza che avevo poggiato sul tavolino si ribaltò sulle mie mutandine, sporcandole tutte di yogurt.
“Che cretina che sono!”
“Tranquilla, non sei l’unicaqua dentro ad avere il costume stranamente macchiato!…” – commentò ironicamente L.
Io intanto cercavo di pulirmi con un tovagliolo, ma senza grande successo.
“Ragazzi, vado un attimo a cambiarmi costume, così faccio veramente schifo… Dove vi trovo tra quindici minuti?”
I miei due accompagnatori si guardarono un attimo, poi L., prendendo in mano le redini della situazione, mi rispose: “Nella stanza della lavanda, ok?”
E mi strizzò l’occhio.
Risposi “Ok”, e di corsa me ne scesi nello spogliatoio, e per tutto il tragitto pensai e ripensai a quello strnao sguardo che L. mi aveva rivolto.
Non poteva essere quello che pensavo, mi ripetevo dentro di me, anche se da L. potevo aspettarmi di tutto, questo lo sapevo.
Intanto mi cambiai lentamente, infilai un bellissimo costume viola bordato di panna, che mi faceva due tette belle rotonde e mi scopriva mezzo culo, poi uscii indossando il mio bell’accappatoio bianco.
Mi persi una volta salendo la scala sbagliata, poi finalmente riuscii a trovare la sauna della lavanda.
Entrai lentamente, avevo come un presagio ed il cuore mi batteva forte.
Facendo piano piano aprii la porta: era tutto deserto, ma immaginavo fossero nella saletta accanto, che aveva la porta stranamente chiusa.
Avvicinandomi lentamente alla serratura avvicinai l’occhio.
Dico la verità: non avrei mai pensato di vedere uno spettacolo simile.
L. era in piedi, contro il parapetto della finestra, completamente nudo con il costume in fondo ai piedi. Kevin invece era inginocchiato ai suoi piedi, le mani avvinghiate al suo grosso cazzo curvo, la boccia rossa proiettata verso l’alto, e la sua lingua che ne scorreva lentamente tutto il tronco venoso.
Lo leccava a bocca aperta, gli occhi fissi sul mio L., il quale a sua volta gli teneva la testa con la mano, come a volergliela schiacciare tra le sue lunghe dita.
Non ero pronta aquella scena, per cui non ebbi il coraggio di far nulla… rimasi ferma a guardare.
A guardare quel ragazzino con la bocca orlata di bava e di saliva, che scorreva quel favoloso cazzo ricurvo con la lingua, per poi affondarselo in gola. Su e giù, su e giù, finché non aveva da deglutire, allora se lo sfilava, filante di saliva.
Riprendeva fiato e L. glielo infilava nuovamente in gola, con movimenti sempre più veloci.
D’un tratto lo vidi irrigidirsi e afferrarsi il cazzo con la mano. Il ragazzo lasciò la presa e aprì la bocca, spalancata ai suoi piedi.
Finalmente un bel fiotto di sperma gli schizzò sulle labbra, sul volto. Poi un altro, un altro ancora. L. Gemeva e nell’impeto dell’orgasmo, chiudeva gli occhi, stringendo la faccia del ragazzo contro la sua cappella che continuava a colare latte denso e cremoso.
D’un tratto sembrò rimanere senza forze, lasciò la testa i Kevin e si allontanò leggermente.
Il ragazzo, tutto inzaccherato di sperma, riprese in mano il cazzo di L., e sorridendogli se lo rpese nuovamente in bocca, ormai flaccido e gonfio. Ripulì la cappella con la lingua e poi lalo lasciò cadere con uno schiocco.
Quindi si alzò furtivamente, prese l’accappatoio e si asciugò il viso e il torace, poi, umilmente, alzò il costume di L. così da rivestirlo.
Io avevo il cuore che batteva a mille. Mai avevo visto una scena del genere: de uomini intenti in un rapporto così sensuale e maschio!
Mai avrei pensato di poter assistere ad un esplosione di virilità così intensa di fronte ad un rapporto omosessuale!
Quando mi sembrò che si fossero ripresi bussai leggermente ed entrai.
L., ancora appoggiato alla finetra, quasi non si mose, mentre il ragazzo, seduto siulla panchina con la testa rovesciata all’indietro, si alzò cortesemente per salutarmi.
– Dove sei stata? – chiese L. – Ci hai messo una vita…
Lo guardai ironica:
“Che ti frega, tanto non penso proprio che vi siate annoiati… no?” – mi rivolsi al ragazzo.
Sopra le sue labbra, dove gli stavano spuntando un po di baffi, una macchia lattiginosa luccicava alla luce del sole.
Allungai un dito e gliela raccolsi sul polpastrello.
Ora mi fissavano entrambi con attenzione: L. divertito e Kevin confuso.
Avvicinai il dito al naso, annusai; poi rivolgendo uno sguardo d’intesa a L. me lo misi tra le labbra e assaporai quel gusto che già conoscevo. Acido e lattiginoso… lo sperma da carnivoro che ama imporre il proprio cazzo alle donne.
“Continui a non mangiare ananas, eh”.
A quel punto L. scoppiò in una profonda risata.
Kevin era più timido, non sapeva come reagire, ma quando lo abbracciai capì che era entrato a far parte del nostro piccolo gruppo, per cui scoppiò anch’egli a ridere.
L. mi guardò un attimo, divertito. Poi si spostò verso la porta e scostandola guardò se era entrato qualcuno. Nessuno in vista, tutti erano ancora troppo impegnati a maìgiarsi yogurt e sedano al buffet.
Tornò dentro e fece scattare la serratura.
“Marta”, – iniziò prendendomi sotto il braccio “Che ne dici di farrgli vedere cosa sai fare a questo ragazzino…”
Io gli sorrisi, e senza profferire parola mi avvicinai al ragazzo, prendendogli le mani.
“Kevin, cosa ne dici di questa nostra amica?” gli chiese L.
Il ragazzo non sapeva cosa rispondere, del resto era una domanda stupida.
L. però, credo avesse il dubbio di trovarsi di fronte ad un gay, per nulla interessato a me, per cui tastava il terreno.
Io non attesi di risolvere l’enigma, mi avvicinai e lo baciai.
Le sue labbra erano giovani e tumide, la lingua piena e ancora avvolta dallo sperma appena ingoiato.
Era un bacio acido, forse un poco teso da parte sua, ma fu una questione di un attimo, allungando la mano sentii che sotto il suo costume aveva il cazzo ancora barzotto.
Mi inginocchiai, gli abbassai il costume e lo lasciai nudo. Aveva un cazzo scuro – o perlomento assai più scuro del resto del corpo, con una cappella quasi marrone – tozzo alla base e appuntito sulla cima. Due palle belle rotonde, completamente depilato.
Glielo presi in mano. Era ancora caldo… doveva esserselo menato per bene mentre era inginocchiato.
Iniziai a massaggiarglielo lentamente.
” Allora, Kevin” – lo riprese L. – “Rilassati… Marta, qua,è una vera esperta di cazzi, sai? – Lui mi guardò, come per accertarsene e io, dal basso, gli sorrisi con gli occhi, iniziando a leccarglielo, come fosse un gelato.
“Che ne dici, Marta, a questo ragazzo piacciono anche le donne, o gli piace solo il cazzo?”
Io, che lo sentivo ancora barzotto in bocca, lo risucchiai un paio di volte, annuendo, poi mi staccai, impugnandolo con la destra:
“Mi sembra che la mia bocca gli piaccia…” e ripresi a leccargli le palle, sollevandogliene una per volta per poi inghiottirgliele e succhiarle piano piano.
“Attenta, piccola, che è già bello caldo… ti riempie la bocca in un attimo…” – e se lo menava lentamente, già quasi turgido per la seconda volta
Kevin, che fino a quel momento era stato in silenzio, finalmente aprì bocca:
“Forse non proprio in un baleno…”
L., a questa uscita virile, scoppiò a ridere fragorosamente.
“Ah, si? Anche se ci mettiamo in due? ” e così dicendo si inginocchiò vicino a me.
Accostò la sua bocca alla mia, allungò la lingua e iniziò a leccarglielo.
Il ragazzino tremò leggermente.
“Su, succhiaglielo, da bravo” – lo incitai io, e impugnandolo nella mano destra glielo diressi tra le labbra “Ti piace, eh, il gusto di cazzo?! Porco!”.
E vedendolo succhiare avidamente quella carne scura mi poggiai di lato al ragazzo.
Lentamente poggiava le labbra umide sulla cappella, poi scivolava verso il basso. Inghiottendo quel pezzo di carne calda e saporita. Su e giù, lentamente, la saliva che colava ai lati, fin sotto le palle.
“Bravo, il mio pompinaro” – lo incitai “Succhia, da bravo… Succhiagli la sborra da questi coglioni pieni!”
Il ragazzo era al massimo dell’eccitazione, lo si vedeva dal suo sgardo irrequieto, dal tremore del suo corpo.
Improvvisamente mi prese una mano e se la portò sul sedere.
Capii al volo. Mi sputai sul dito medio e, approfittando del sudore che confluiva tra le sue carni, avidamente mi feci largo scivolando nel suo buco del culo.
Ansimò per un attimo, poi prese a respirare rapidamente. Io, allo stesso ritmo, lo penetravo col dito: dentro e fuori, dentro e fuori.
Improvvisamente emise un urlo trattenuto.
Mi avvicinai con la bocca a quella di L.: la sborra calda e liquida ci schizzò sul viso, sulle labbra, sul mento.
Io e L. Iniziammo a baciarci, le lingue impastate di sperma, di questo latte che continuava a colare sui nostri corpi coricati sul caldo pavimento in legno.
La sua mano continuava a segarlo, strizzandogli le ultime gocce, gli ultimi schizzi.
Infine il ragazzo cedette allo sforzo e si accasciò sulla panca, col fiato corto.
L. continuò a baciarmi per un buon minuto, avido di succhiarmi via la sborra del ragazzo.
Poi si scostò, sorridendo.
“Cosa ne dici, Kevin?” – proruppe convoce tonante, senza guardarlo neppure – “Continui a voler tornare a casa già nel primo pomeriggio?”