Medusa trans

Il posto era un po’ caruccio. Ma lo era anche in un altro senso e per me era quello che contava: un club, un posto dove c’erano anche altri clienti e quello che volevi fare, se volevi, lo facevi anche nel salone comune nelle forme più diverse, da solo, con altri, con uno o più partners.
Era una specie di pub dove, oltre alla birra ed altri alcolici e non, si spartiva il pube, anche dei clienti, ma incentrato e ruotante intorno a trans e trav. La tenutaria del locale: un transessuale bellissimo, oddio… non so se per tutti, ma per me sì, non più di primo pelo e in esercizio solo per pochi afficionados ed abitueè.
Costava, è vero, ma vi assicuro ne valeva la pena – non è in Italia – e ormai mi è difficile andarci. Allora ero al lavoro lì e me la sono goduta come non molti, ma neanche pochi.
Tu entravi, potevi bere, fumare, sniffare e fare sesso: un sesso glorioso e senza limiti. Eravamo tutti maschi adulti, ma non era vietato alle signore e io, per la verità, ne ricordo poche, che venivano sopra tutto per la doppia penetrazione e l’esibizionismo.
Lo “Chez Justine” é stato il luogo che mi ha svezzato ed è stata proprio Justine a deflorarmi e concedermi di appartenere alla “setta”, ma sopra tutto a lei.
Aveva un cazzo, anzi tutto il pube, fantastico come le tette, il culo e il resto. A me piaceva l’abbondanza e il suo seno pesante, il suo ventre pronunciato e alquanto segnato, i suoi testicoli con il loro sacchetto pendulo erano stati subito puro nettare per la mia lingua, i miei baci e i miei succhiotti. Tutto il suo corpo cullava la mia ricerca di un rifugio e il suo pene la mia necessità di invasione, sottomissione e allagamento.
Quando mi sborrava o mi faceva sborrare in faccia in sua presenza, io fluivo nella liquidità del mio stesso orgasmo e venivo “a fontanella” per poi rotolarmi con lei nella commistione dei nostri liquidi e nel reciproco imbrattamento e successiva suzione dei medesimi.
La prima volta che fui introdotto nel locale molti giochi erano già in svolgimento. Ricordo un ragazzo che beveva al banco e con una mano reggeva il bicchiere mentre con l’altra cercava di fsr venire nello stesso il pene del suo partner trans; non capivo bene se per ottenere un wisky allo sperma o succhiare uno sperma al wisky, un altro, che completamente vestito, si faceva penetrare da un secondo trans, in piedi, nudo, dietro di lui – poi scoprii che si faceva fare dei pantaloni speciali aperti davanti e… di dietro – e lo immaginai, in quella stessa attitudine, che si faceva inculare in una chiesa, come San Pietro, in mezzo alla folla.
Io fui subito oggetto delle attenzioni di una meravigliosa trav, parrucca viola e trucco vampiresco, quando Justine emerse da un gruppetto in animata conversazione e, afferratomi per la cravatta mi sottrasse alla concupiscenza di quello, infilandomi la sua lingua in bocca in un bacio assolutamente stregato.
Le sue mani si impadronirono del mio sedere, dei miei glutei, mentre qualcuno diceva a voce alta “Fattelo qui, fattelo quì”.
“No, questo me lo cucino prima sopra, in camera mia”
Ero venuto per quello, ma era la prima volta e la confusione del salone non aveva ancora sviluppato su di me alcun training voyeristico. Volevo godermi la mia scontata deflorazione con la concentrazione su cui avevo a lungo fantasticato e indugiato, ma avevo anche paura.
“E dai, non sarà poi una cosa così difficili farsi fare il culo da un gatto con gli stivali?”
Oltre al tanga aveva nei capelli un cerchietto con due orecchiette nere e stivali sopra il ginocchio.
Le sue mani erano serpenti e mentre io dovevo solo slacciarle il reggiseno, affondare bocca e naso fra le sue poppe ed esercitare la mia lingua sui suoi capezzoli lei…lui mi svestiva di tutto il mio vestiario ma anche dei miei tabù, del mio perbenismo e metteva in moto la libido profonda di un sesso senza preclusioni che lasciasse emergere i tentacoli dell’inversione di genere: io il maschio con la fica, lei la femmina con il cazzo.
Solo dopo mi costrinse in ginocchio a leccare il suo sesso già gonfio da sopra le mutandine, abituandomi ad inebriarmi di un profumo intriso di tutti i suoi afrori e a sviluppare la voglia di gustarne il frutto.
Justine era una mulatta caraibica con un cazzo ed un culo paradisiaci, sopatutto per i circoncisi.
Sdraiato sul letto, venni cavalcato in bocca dall’altalena dei suoi attributi inferiori: cazzo-testicoli- culo e ancora culo-testicoli-cazzo in un andirivieni ondeggiante sulla mia faccia e la mia lingua.
Una intera vita avrebbe potuto essere consumata così, in una polluzione infinita di piacere cosmico.
Fu lei ad interrompere l’abbacinante stordimento di una ejaculazione prima sadicamente rimandata e poi prolungata fino all’esaurimento delle energie.
E fu sadico anche lo svezzamento da quella sorta di allattamento al suo inguine.
Il suo pene, raggiunta la massima erezione, mi fu tolto di bocca e, ancora grondante della mia saliva, mi fu sbattuto fra le natiche. Mi fece alzare le gambe e si impose al mio ano, forzando l’accesso del mio sfintere e cominciando a premere per penetrare.
Saliva, crema o lubrificazione prostatica: il favoloso arnese di Justine, con una spinta decisa, entrò tutto, senza dolore e fu il delirio. Da prima piccole oscillazioni a richiamare tutte le più turpi immagini – e meravigliose – di una copula fra maschi. Poi la lunga discesa nel melstroom di una chiavata senza soste e senza respiro, fino alla sua sborrata dentro e in fondo a quel che di me non conoscevo ancora e che mi legava in quel modo – e per sempre – al corpo e al sesso di Justine.
Le soste e i ritorni di fiamma di quel cazzo non grosso ma straordinariamente lungo mi facevano urlare e solo le dita di Justin nella mia bocca trasformavano le urla in lunghi miagolii osceni e gorgoglii di sottomissione e piacere senza confini.
Le soste e le lente oscillazioni di quel cazzo penetrato fino in fondo li facevano dilagare fino al cervello sottoforma di onde elettriche…di elettroshoc o, peggio, di elettrofulminazioni a scarica continua, fino al dilagare dell’orgasmo.
Poi quando lo sperma mi usciva a fiotti, i suoi seni scendevano sul mio ventre a raccoglierlo e lei obbligava me…sia detto per dirlo…a leccarli, ciucciarli e lasciarmene imbrattare la faccia.
Alla fine lei si masturbava, fremendo e tremando tutta, mi rovesciava il suo sperma caldo, denso e dal sapore indimenticabile, in faccia e in bocca, lasciandomi ciucciare anche quello e gli ovetti e infine sedendosi sulla mia bocca per farsi leccare e penetrare il buco dalla mia lingua.
Tutto questo mi insegnò la prima volta; in seguito a volte mi portava ancora in camera sua, ma a volte mi prendeva nella sala comune, ancora semisvestito, alla pecorina, o si sedeva sul bancone con il cazzo dritto come una pistola e mi chiavava in bocca, davanti a tutti, e chiedeva a qualcuno di farmi il culo o di masturbarmi e a me di ingoiare tutto o, dopo aver sollevato le gambe a squadra, di rovesciarglielo in culo e leccarglielo fino a sborrare io stesso e farmi fare lo stesso dal tizio da lei prescelto. Una volta fu una donna a chiedere di fare quel servizio e ciucciarmi quindi cazzo e culo.
Da quando entravo nel locale ero praticamente ai sui ordini e se ordinava a qualcuno di scoparmi non potevo rifiutare e così era per qualsisi ghiribizzo o impulso sadico le frullasse per il cervello.
A volte mi faceva sdraiare su un tappeto, riservato a me, e mi cavalcava faccia e bocca mentre mi faceva fare il culo con i piedi da un altro trans, e mi obbligava a prendere tutto dentro il ditone laccato di quello, che poi, a mia volta, avrei dovuto ciucciare
Quando le annunciai che dovevo partire, che il mio lavoro lì purtroppo era terminato, organizzò una festa per la rasatura del mio pube e scritturò un barbiere e comprò un lettino ginecologico per farlo, sotto gli occhi di tutti, a riprova di un possesso che non si sarebbe estinto con la mia partenza.
Gli srascichi e le conseguenze di quell’apprendistato sessuale ve li racconterò, forse, in qualche altra puntata.