racconto finto

Brevi note su alcuni tipi di esperienze. L’iniziazione, in termini tantrici è compiutamente descritta nel Bhagavad Gita : “Il fuoco sacrificale – vi si dice – non è altro che il grande Splendore del supremo Bhairava che eternamente si sprigiona dai legni soffregati della suprema energia, quando per l’ardore della sovrabbondanza del burro chiarificato essa è scossa dall’effervescenza dell’intenso e universale abbraccio amoroso”.
“Il Brahman è l’offerta, è il burro chiarificato – viene ulteriormente specificato poi – è l’oblazione versata nel fuoco, che è anch’esso Brahman…In verità raggiungerà il Brahman colui che assorbe il Brahman in atto” – e ancora – Arpana, il dono, è la penetrazione nel Brahman di tutto ciò che da esso è sorto .”
I commenti ufficiali chiariscono poi : “il Maestro impartisce l’iniziazione liberatrice, basandosi su questa oblazione plenaria”. Si tratta della pratica yoga detta “hamsa” (Cigno), adottata da un guru per illuminare ed incitare la coscienza dell’iniziato. Prima egli unisce la sua coscienza alla Coscienza Suprema, poi, insufflando la sua coscienza in quella del discepolo, vi penetra, seguendo una serie di tappe, fra cui quella detta dell’Equinozio .
Cioè, il Maestro entra fisicamente nel corpo del discepolo e per mezzo del soffio inspirato, compie di nuovo l’offerta del prana e dell’apana e la sua “conoscienza” del soffio inspirato è inserita nella sonorità vibrante dell’allievo .
Quando il soffio espirato dalla sonorità vibrante è offerto in quello inspirato nel momento della pienezza interna (puraka), il guru si immerge nella propria felicità e, prendendo le impurità del soffio del discepolo, le purifica.
Le interpretazioni sono a loro volta testi mistici e tutti gli studiosi ci avvertono di non interpretare mai questi testi secondo facili raffigurazioni lascive perché si tratterà sempre di metafore dell’umano desiderio di unione mistica con la Divinità, che io preferisco chiamare l’Essenza.
Ora anche io, quando intrapresi la “via”, prima con la mia Sibilla, poi con il mio guru, ho sempre scrupolosamente ottemperato a questo principio, anche se spesso non privo di quei dubbi che in noi occidentali suscita il ricordo di certa iconografia cristiana, quali, ad esempio, l’estasi di S. Teresa di Gian Lorenzo Bernini.
La mia prima maestra fu una donna straordinaria che mi iniziò al riconoscimento dell’aura dei corpi pesanti e di quelli sottili ed alla scoperta dei nodi energetici che ci alimentano.
Le nostre sedute consistevano in esercizi di respirazione, lettura di testi ed esercizi corporei. A volte la mia maestra mi faceva sdraiare sul terreno erboso o su di uno speciale lettino e lavorava sul mio corpo disteso con l’imposizione delle mani o con manipolazioni che riattivavano o destavano i vari livelli di energia sopiti o latenti.
Fu così che appresi a padroneggiare l’universo delle mie emozioni, sentimenti e sensazioni fisiche. Imparai a sentire le varie parti del mio corpo come individualità distinte e a distaccarmi da esse, come pensiero, ma anche come essenza sottile della Forza stessa, intesa come Energia cosmica.
Imparai a regolare la mia gioia ed il mio dolore sui ritmi della gioia o del dolore di tutto ciò che ci circonda e pian piano ad esserne cosciente, ma anche distaccato, per poter esercitare la mia Forza in aiuto di quello che Lei mi aveva insegnato a considerare e percepire.
Poiché sono un essere umano di genere maschile la mia Maestra iniziò dal potenziamento di virya , il principio di efficienza riconducibile all’equilibrio dei due movimenti opposti ascendente e discendente.
Ma virya è anche il principio maschile che ha sede nel centro (o bindu) della kundalini , rispettivamente base e centro anche dell’energia ascendente, che è indipendente dal sesso, ma collocata in esso.
Così quando, dopo avermi denudato la zona pubica ed aver alzato il proprio camice al di sopra del ventre, la mia Maestra discese con la propria vagina sul mio pene eretto e con i movimenti dell’accoppiamento indusse in me l’orgasmo, io sentii una felicità ed una pace mai provate prima e le cercai le labbra riconoscente.
Ma Ella dolcemente mi respinse ed alzandosi in piedi mi fece levare a sedere e mi offri da suggere le labbra della sua vagina affinché ne raccogliessi la fuoriuscita del mio proprio seme, o burro chiarificato. Poi ci raccogliemmo in silenzio affinché io stesso meditassi e traessi il pensiero fuori dall’emozione per chiarificarla e renderne stabile l’apprendimento.
Ora, come in molti casi mi accade, io non so se questa esperienza fu vissuta fisicamente, cosa che credo e voglio credere, o nella nebbia della meditazione sui principi, che si dirada solo dopo che tutto quanto in essa vissuto si è innalzato ad esperienza meditata e schiude il livello successivo e superiore.
Solo in seguito appresi a spostare l’energia così liberata ai ciakra successivi, fino allo dvadasanta, o bindu del brahmarandhra, fisicamente collocato al centro del capo.
Quando la mia Maestra mi lasciò, affidandomi ad un nuovo Maestro o guru, mi avverti che con lei, donna, solo una metà del mio cammino era compiuto, affinché mi fosse dato di raggiungere il più alto livello di coscienza che “E’ Conoscenza e non Potere”, mi ricordò, “ e anche una Conoscenza che non è Onniscienza”.
Con il mio Guru appresi che nessuno di noi è libero, finché da solo, anche se con l’aiuto di altri, non si rende tale e che la Libertà è una terribile forza-debolezza che insieme ci schiaccia e ci estende fino ai limiti dell’universo, togliendoci il timore di Dio e della Morte ma non quello del Dolore.
Questa conclusione, naturalmente, pone in crisi l’intero castello teorico, ma non quello esperienziale, al cui centro resta dunque il “contatto fisico”: in parole povere la “scopata”, che gli anziani maestri possono sbafare ai giovani allievi.