tutto ma non quello

Donata raggiunse finalmente il relativo rifugio dell’andito di casa. Qualche passo, la porta esterna dell’ascensore: le due vecchie portine interne, sdruscite attorno alle maniglie, erano un problema con tutte le sporte e sportine della spesa. L’aiuto signora. era il giovanotto della porta accanto, lo sentiva muovere alla sera da qualche giorno ed anzi l’aveva visto rientrare, sempre qualche sera prima. Giovane, non granché. Grazie mille. Rincantucciata nel suo angolo,sudata, maledicendo le scarpe dal tacco troppo alto che le aveva regalato la donna architetto del secondo piano dove faceva le pulizie, lanciò un’ occhiata al ragazzo. Sei bruttarello,pensò. Con quello sproposito di tacchi, un regalo appunto che però le era costato per far riparare la scarpa destra, era alta più di lui. Vent’anni o poco più, il viso un poco storto…no figliolo, sei proprio brutto. Cigolando il vecchio ascensore raggiunse il terzo piano e s’arrestò con il consueto scossone. Faccio io signora. Donata lo ringraziò con una specie di sorriso. Quelle portine erano semplicemente carogne.
Adesso la rampa di scale. Lei, anzi loro, stavano in “paradiso” e l’ascensore si fermava al terzo. Una volta lo chiamavano l’abbaino, la soffitta. L’avevano poi nobilitato chiamandolo mansarda ed aumentando gli affitti. Donata ancheggiava un poco per bilanciare il peso delle sporte. Chissà se mi guarda il culo? Non che la cosa le interessasse più di tanto. Il loro piano, la porta di Donata. Lo spazio era poco. Un attimo per favore. E fu un attimo. La sacchetta delle arance si sfondò ed i frutti rotolarono veloci verso i gradini. Agile però, pensò poi. Donata non vide tutto:un paio di arance lui le parò comunque con i piedi, una o due con le mani. Finalmente riuscì ad aprire la porta. Aveva dovuto però posare un paio di sacchetti. L’aiuto signora. Poi tra ringraziamenti e convenevoli la spesa fu dentro. Anche lui fu dentro. Mica poteva negarglielo, ed anzi gli offerse da bere. Si sentiva un poco imbarazzata, era, per quello che ricordava, la prima volta o quasi che qualcuno entrava li. A parte gli operai per la finestra ovviamente. Versò il the freddo tolto dal frigorifero. Anche qui i soliti convenevoli. Donata si accorse però di additare orgogliosa gli oggetti, per altri consueti, che solo negli ultimi anni erano entrati nella sua vita. Il piccolo frigorifero, il grosso ventilatore…spendo un sacco in elettricità. Il mio sogno è il condizionatore. Un sogno appunto. Da qualche anno guadagnava bene, ma…Un altro po’ di the? Versi lei per piacere. Si era d’improvviso accorta di farsela quasi addosso. Chiuse con cura lo scrocco del bagno, piccolissimo anche lui e seduta e toltasi le mutande orinò, rumorosamente, nonostante cercasse di trattenersi. Una lavata alla parte, al viso, una rapida ravviata e tornò nel monolocale. Non aveva aperto cassetti, frugato, toccato o altro. Bevvero ancora per poi guardarsi imbarazzati. La ringrazio ancora, se mai avrà bisogno di qualcosa. Lui aveva scosso il capo. Difficile signora. Si era avviato alla porta ma contemporaneamente Donata aveva cercato di girarsi per aprirgliela ed il monolocale era molto piccolo, lo spazio poco. I tacchi inusuali contribuirono. Donata quasi cadde e comunque fu fermata dalle mani di lui che la presero al volo rimettendola quasi senza soluzione di continuità sui due piedi. Anzi sui due tacchi. E questo forse fu l’inizio. Più tardi lei disse che lui l’aveva baciata per primo ma ebbe l’impressione che lui non ne fosse convinto. Al momento comunque Donata serrò la bocca scuotendo il capo, cercando di liberarsi. Poi schiuse le labbra ed infine disserrò i denti rispondendo per come sapeva al bacio. Ma sei matto. Lasciami. Piantala! Cosa fai. Non voglio. Non ci credeva neppure lei anche se spinta sul letto ed ormai quasi a petto nudo. Questo fu forse il problema, anzi il grimaldello con cui era stata vinta la sua non immensa resistenza: era dannatamente sensibile, da sempre, ai toccamenti. Le carezze attraverso la stoffa sottile la…resero debole, incapace di vietare alle mani di lui di sbottonare la camicia, di penetrare tra le coppe del reggiseno ed i seni stessi, di slacciare il reggiseno. Poi la maglietta. Si rendeva conto di ansimare mentre voleva che smettesse ed al tempo stesso continuasse. Poi i baci sui seni, i leggeri morsi sui capezzoli…e la mano che strusciava, carezzava, titillava…no! Questo no! Le mani dalle ginocchia risalendo erano arrivate alle mutandine ed ora superavano quella difesa poco presidiata. Era in cimbali. Provò a chiudere le ginocchia. Tentò di provare almeno. Ora ansimava e scuoteva il capo, Si vergognava, da morire mentre provava qualcosa… insomma…si abbandonò allora sulle coltri in parte disfatte, senza più difese. Solo quando sentì le labbra e la lingua di lui sulla fessura tra le gambe sussultò indignata e sollevò dal letto il busto. Poi cedette del tutto, beandosi anzi di quanto le capitava, delle reazioni del suo corpo, dell’odore di uomo che per la prima volta si diffondeva tra quei muri, eccitata e travolta da quelle sensazioni. Quanto più le accettava e vi soggiaceva, tanto più ne veniva travolta desiderando che quel momento non avesse termine. Cercava la bocca di lui, ne portava il capo a suggere i capezzoli, a morderli, sgridandolo per il piccolo dolore che ne ricavava e ringraziandolo, ma solo in cuor suo, per il piacere, questo immenso che ne aveva in cambio ed insieme. Ormai giacevano entrambi nudi, insensibili a tutto se non al reciproco desiderio. Quel volto non era brutto, deforme, ed aveva notata la vigoria di quelle braccia. Lo baciò. Voleva dirgli che lo amava ma seppe trattenersi, fissandolo un attimo negli occhi, trattenendo il respiro per l’emozione pensò di non aver mai desiderato tanto niente e nessuno. Si strinsero. Prendi la pillola? Donata sussultò, quasi rise. Scosse il capo. Non importa caro. No, non voglio farti correre rischi disse lui molto determinato. Che cazzo voleva dire? Continuò a chiederselo mentre il cazzo di lui le percorreva su e giù la fessurina, mentre la rigirava come una frittella, le faceva il solletico e premeva la onnipresente virilità ovunque potesse. Sono vergine gli aveva detto, anzi sussurrato. Spesso capita, aveva risposto lui. ???. Cara, così non corri rischi. Sei matto! E’ sporco fa male. Era stato come parlare al muro. Vedrai, prima ti farà un poco male poi ti piacerà. Quando spingo… e le aveva spiegato cosa e come fare. Donata però aveva gridato. L’aveva maledetto, per poi zittirsi mentre le forzava lo sfintere. Aveva sentito male. Un male cane. Il più è fatto cara. Stava giocando suo buchino stretto , dentro e fuori. Spingi ancora. Ormai era tutto dentro il suo sedere con le palle strette tra i due corpi. Era stato inutile protestare… e cercare di sottrarsi. Poi senza uscire dal suo “culetto deliziosamente stretto” come contorsionisti si erano messi su un fianco, quello sinistro, la testa di lei sul suo braccio, la mano che le frugava i seni, l’altra tra le cosce schiuse. Era di nuovo in cimbali… e più che mai, infinitamente.
Adesso ti sei allargata abbastanza, almeno spero. Solo muovendo il bacino uscì dal sedere di lei. Rientrò, piano. Ti piace? Donata tacque. Piacerle, o Dio, insomma. Ecco, non faceva più molto male. Fastidio al massimo. Si caro è stato bello.
Poi però fu bello. Ti voglio scopare. Lei esitò, poi:si caro. Intendevano due cose diverse. Ma l’estasi di poco prima era stata poca cosa. Pur mordendo il cuscino di tanto in tanto per il dolore che si ripresentava, pur lamentandosi, s’accorse di un piacere strano, nuovo, diverso e intenso, crescente, certo non solo causato e prodotto dalla mano di lui tra le sue gambe. Gridò o forse gemette appena, suscitando però l’attenzione di lui. Hai visto? Ti piace. Poi però il fastidio prima crebbe, divenne un crescente bruciore, un dolore che sostenne finché poté. Se ne lamentò appena che l’uomo venne. Ne avvertì i sussulti del cazzo, l’ansimare affrettato e, finalmente ne fu libera. Arrabbiata? Incazzata dura! Le aveva fatto il culo! Si era fatta fare il culo, senza se e senza ma; se lo era fatto rompere, sverginare! Brucia? Deve bruciarti. Vieni, ti aiuto. La lavò, anzi si lavarono nel semicupio e Donata lo seguì con attenzione, ora che ben lavata e dopo l’uso di metà scatola di Diadermina il dolore era ridotto ad un semplice fastidio, mentre lui si lavava, scapellandolo bene, lavandolo nelle pieghe tra il glande ed il prepuzio. Ancora più tardi, dopo un boccone ed un bicchiere di vino dolce con i biscotti, dopo un breve pisolo, almeno lei si era assopita, parlarono, scherzarono, giocarono. Come due vecchi amanti, pensò Donata. Ma erano amanti se pur non di vecchia data ed un poco, anzi molto particolari.
Ormai sapeva qualcosa di lui. Si era diplomato qualche settimana prima. Era a Milano a cercar lavoro, ma ripartiva per il paese, poco lontano, quella sera stessa. Forse suo padre aveva trovato a casa quello che aveva cercato inutilmente in città. Le era quasi venuto il magone, voglia di piangere. Aveva pensato, forse sperato…meglio così. Gli passò le labbra sul volto, gli baciò la bocca e scese. ammaestrata da lui a mordicchiargli i capezzoli. Strinse troppo ma rise alle sue proteste. E tu …caro, avrebbe voluto dirgli amore ma non osò,tu mi hai fatto altro che male! Risero entrambi. Gli era tornato duro, ma non sembrava aver nessuna idea… e Donata… seguì la linea di peluria che da metà del ventre scendeva come una freccia. Bastò. Baciamelo. Ma … Dai, mi sono ben lavato. Questa volta la donna fu irremovibile. La sacca di lui era già li. Lo aiutò a vestirsi. Avevano entrambe il magone ma nessuno dei due lo ammise.
Solo quando fu sulla soglia le rivolse un sorriso tra il vergognoso e… felice? Sai, è la prima volta con una donna. Fu per lei un colpo, poi la prese una felicità immensa una dolcezza infinita. Fu per dire qualcosa ed invece lo raggiunse sul limitare, lo abbracciò baciandolo e li, fuori quasi fuori della porta si chinò. Non bastava ed allora si inginocchiò slacciandogli i pantaloni che gli caddero ai piedi. Fu lui in qualche modo a riportarla dentro, Appoggiato allo stipite lasciò poi che le labbra di lei, la lingua, le mani inesperte ma volonterose gli dessero quel piacere negato poco prima. Basta vengo!Si svuotò di colpo nella bocca di lei che pure era stata preavvertita. Qualche attimo, entrambi immobili, in silenzio, Donata silenziosa perchè non se ne era staccata. Teneva però il volto chino anche per non sottrarsi alla mano di lui che carezzevole le poggiava ora lieve sul capo. Un momento magico, per entrambi. Entra amore. Amore! Non era certa di aver capito bene. Nondimeno si staccò. Da una lettura, pochi fogli pinzati nel cestino che svuotava in un ufficio, pensava di dover inghiottire. Vai, sputa, sciacquati la bocca. Sputò nel lavello. Temeva di non ritrovarlo più se andava in bagno…anche se non sarebbe cambiato nulla. Si voltò. Era ancora li e sempre solo vestita d’aria lo raggiunse, di nuovo in ginocchio lo deterse con un tovagliolo bagnato e lo coperse. Sai, cara…non più amore, solo cara. Sei in tutto la mia prima donna. Non ti dimenticherò, campassi mille anni. Quanti anni hai? Alla risposta,se ne era tolti parecchi , serio e meravigliato mormorò: ma va. esagerata. Comunque gallina vecchia…Non disse nient’altro. Non la baciò, non la carezzò. Scomparve solo giù per la rampa del paradiso e proseguì a piedi ignorando l’ascensore, a salti, almeno dal rumore. Donata chiuse l’uscio solo dopo, molto dopo lo sbattere del portoncino. Era triste, infelice? Assolutamente no. Era anzi stranamente serena. Neppure lei l’avrebbe dimenticato, assolutamente mai. Non dimentichi il primo uomo con cui fai l’amore. A questo punto rise. Gallina vecchia! Poteva ben dirlo.
Alla sua età, ancora vergine, si era fatta rompere il sedere ed aveva fatto un pompino, il primo della sua vita. Con un ragazzino che poteva essere…e… non sapeva neppure come si chiamasse.